La curiosità. La curiosità ci ha spinto fino alle soglie di una porta
trasparente per cercare, al di là delle vetrine, un volto immerso in una folla
di oggetti, statuine, dipinti. Un sapore assaggiato per la prima ed ultima volta
un anno prima in un concerto memorabile. Un sapore inimitabile congelato in una
manciata di dischi, servito fresco in un’unica occasione. La curiosità ci ha
spinto, ci ha conquistato. Chiedersi dopo quindici anni cosa fosse rimasto, cosa
fosse cambiato: un giardino fiorito o un deserto impietoso? Chiedersi cosa ci
sarebbe stato oltre la soglia.
Abbiamo conosciuto un uomo curioso. Un uomo
che si interroga, un uomo tratteggiato a matita che esplora un universo di
colori, che si muove con circospezione in un contesto infestato da troppi
“artisti” e pochi artigiani, intesi come persone che cercano di dare un corpo
meraviglioso alle proprie idee. Un’opera inizia a nascere dalla scelta dei
materiali, dall’accostamento di idee e oggetti. Nasce dallo spostare le cose,
inserirle in un nuovo ordine che tolga loro la responsabilità dell’uso cui
normalmente sono destinate. Così un uomo può facilmente essere di tabacco, un
cane di legno, un volto di pietra pomice. Così un cantante può essere un
pittore. O “semplicemente un creativo”, come scrive Ernesto De Pascale a
proposito di Miro.
Abbiamo conosciuto un uomo curioso e creativo, dunque,
interessato a sperimentare le reazioni, le combinazioni, gli effetti di
straniamento che gli accostamenti più arditi sono in grado di provocare. Un’arte
a tratti tattile, complessa. Come nel gioco di alcune piccole sculture che
appaiono pesantissime alla vista ma in realtà leggerissime perché scavate nella
pomice. Come nel gioco di Miro stesso, che in gioco si rimette continuamente,
lavorando con materiali delicati la cui fragilità lo costringe a reinventare le
proprie idee spesso in corso d’opera. Nessun percorso definito, quindi, nessun
iter prestabilito; del resto, probabilmente, anche l’avventura con i Diaframma
all’inizio significava mettersi in relazione con un nuovo e diverso “materiale”:
la propria voce. Acuta, sussurrata, sanguigna, limpida, la voce è come una
tavolozza di colori. Per realizzare un quadro bisogna scegliere le tonalità di
volta in volta più adatte, esattamente come in un brano musicale bisogna trovare
la sfumatura che ne renda le peculiarità emotive. Non accontentarsi delle
conoscenze acquisite, degli assiomi. Sperimentare è conoscere, svelare, guardare
il mondo con occhi un po’ meno assuefatti. E conoscersi, anche; osservarsi
mentre si cambia, fissare tramite le proprie opere i punti cardine di questa
direttrice di cui non si conosce la meta.
Nelle opere che ho visto ho
ritrovato il lavoro di un uomo, come si diceva prima, curioso e creativo, che
infonde nei materiali utilizzati tutto l’amore per le diverse sfumature del
sapere, in un’opera che accosta materiali naturali a prodotti industriali (dal
legno al poliestere, dal tabacco alla pomice, dal carboncino alla plastica);
come a voler significare che l’amore per Dante si concilia perfettamente con la
pop-art.
